Io parlare in pubblico? Nemmeno se mi ammazzi!!

3 02 2010

Pochi anni fà, ho avuto l’opportunità di partecipare ad un workshop di una giornata, condotto da un noto psicoterapeuta, che si intitolava proprio cosi’. Io ero stato suo paziente qualche anno prima, ed all’interno del suo intervento avevo avuto uno spazio tutto mio dove raccontavo ai partecipanti come, grazie ad un percorso fatto appunto di psicoterapia, recitazione ed altro, ero riuscito a scardinare la paura di parlare in pubblico. Avevo portato, perciò, a quelle persone (sostanzialmente,aspiranti psicologi e psicoterapeuti, ma non solo) la mia personale esperienza, e ricordo che, qualche istante prima di prendere posto vicino al conduttore per cominciare il mio intervento e durante le prime battute di esso, provai una strana emozione dentro me, un misto di orgoglio, gioia, stupore anche…emozioni che mi avvolgevano, mi cullavano, mescolandosi al sapore forte e deciso della Golia active plus che avevo masticato fino a pochi attimi prima! Erà ciò quello che provavo, mentre mi guardavo, (come se in un certo senso fossi al di fuori di me, nell’angolo opposto di quella sala), padroneggiare la situazione, una situazione che fino a pochi anni prima mi avrebbe gettato nel panico. Il titolo dato a quella giornata,”Io parlare in pubblico? Nemmeno se mi ammazzi!!”, è certamente iperbolico e provocatorio, ma a pensarci bene nemmeno troppo; secondo recenti statistiche infatti, la paura di parlare in pubblico è una delle primissime fra quelle che affliggono la popolazione mondiale, e precederebbe addirittura la paura di morire. Ne consegue, sempre un pò provocatoriamente, che, ad un ipotetico funerale, molti preferirebbero trovarsi nella parte del defunto che non in quella dell’amico o del conoscente che legge l’orazione funebre! Secondo una statistica anglosassone invece, la paura di parlare in pubblico sarebbe la seconda paura, preceduta soltanto dalla paura dei ragni.

Naturalmente, non mi interessa granchè stilare una graduatoria di paure, fobie ecc., quanto invece ribadire che la paura di parlare davanti ad altre persone, di esprimere un’idea, un concetto sia una paura molto diffusa. O, se non proprio una paura, sia comunque un’esperienza che molti di noi associano ad emozioni negative, tipicamente disagio, imbarazzo, vergogna. Nuclei importanti della propria persona e dell’immagine che si ha di sè sembrano essere coinvolti in circostanze collegate al “public speaking”, e, secondo la prospettiva cognitivo-comportamentale, diverse organizzazioni cognitive si attiverebbero attivando, a loro volta, correlati emotivi e comportamentali talvolta percepiti dal soggetto con un senso di pericolo e minaccia.

Tutto sembra partire dall’infanzia, da quando ci siamo trovati in una situazione di esposizione ad un pubblico, magari perchè costretti, in cui abbiamo provato una di quelle emozioni negative di cui sopra:potrebbe essere stato il momento in cui abbiamo dovuto leggere la letterina di Natale davanti a tutti i parenti e mentre i genitori ci dicevano che non l’avremmo mai letta bene come il cuginetto Filippo, oppure potrebbe essere stato il momento in cui dei compagnucci di asilo ci hanno derisi perchè non sapevamo giocare bene o quello in cui ad un’interrogazione abbiamo balbettato e con la coda dell’occhio vedevamo l’immancabile secchione primo della classe che, al primo banco e con il suo pullover di cachemire ed i suoi occhialini spessi, ci guardava con aria di superiorità. Insomma, il condizionamento può essere avvenuto in mille momenti diversi ed in mille modi diversi, quello che a noi interessa adesso non è tanto sapere quando siamo stati condizionati a temere qualcosa, quanto conoscere come non esser più condizionati a temere quella data cosa. Una delle più grandi trappole a cui conduce spesso la paura di parlare in pubblico è infatti quella dell’evitamento: poichè si teme di provare emozioni come quelle che un tempo ci fecero sentir cosi’ male, allora si evita di esporsi, di dire la propria, trincerandosi dietro un calcolo edonico a breve termine dove, al sollievo iniziale di non essersi esposti, consegue inesorabilmente un fardello peggiore di disagi che la persona arreca a sè stessa, come giudicarsi un vigliacco, diventare sempre più pauroso di affrontare circostanze simili, non fare alcunchè per il proprio progresso personale. Durante quel workshop ricordo un uomo di mezza età che, durante la pausa, si confidò con me, esternandomi ammirazione e confessandomi di essere un brillante uomo d’azienda la cui carriera era stata però drasticamente limitata dalla paura di esprimere le proprie idee in pubblico. Aveva sposato, per anni, una condotta permanentemente evitante ed il risultato era che gran parte delle sue potenzialità di crescita e guadagno fossero rimaste inespresse. L’evitamento a volte diventa un’arte, spesso infallibile:secondo alcune testimonianze esistono persone, terrorizzate dalla sola idea di parlare in pubblico, che sono diventate geniali nell’escogitare le soluzioni più strampalate ma spesso efficaci per evitare di rimanere coinvolte in una riunione, convegno o conferenza che sia, per cui dopo anni trascorsi all’interno di aziende od organizzazioni e dopo aver sempre evitato di parlare in pubblico, riescono ancora a mascherare la loro paura. Ma dove può portare un atteggiamento di tal tipo? Tutti noi siamo necessariamente sottoposti a situazioni di public speaking, a partire da quando andiamo a scuola e siamo interrogati oppure in mezzo agli amici raccontiamo una barzelletta. Nel mondo più competitivo di oggi, certe capacità sono richieste non solo ad un avvocato o ad uno speaker, ma anche ad un semplice impiegato spesso alle prese con riunioni e corsi di formazione.

La strada dell’evitamento non è dunque quella da consigliare:a noi non interessa diventare maestri di camuffamento delle nostre emozioni, bensi’ maestri di conversazione e di dialogo con le nostre emozioni; non ci interessa nasconderle o negarle, ma comprenderle e manifestarle. Se questo poi, specie nel momento iniziale di un approccio differente alle nostre emozioni, può provocarci dei momenti di disagio ed imbarazzo, bè…chissenefrega!

Tornerò presto su alcuni meccanismi afferenti dinamiche di public speaking, ma soprattutto tornerò a dire qualcosa in più su una straordinaria esperienza che io ed il mio amico Luigi Miano siamo pronti a vivere ed a condividere con quanti lo desidereranno:dopo diversi corsi di public speaking frequentati in giro per l’Italia e dopo le numerose esperienze teatrali che io e Luigi abbiamo condiviso, siamo ormai prossimi a realizzare la nostra personale creazione in tema di superamento della paura di parlare in pubblico, un’esperienza del tutto nuova, creativa e coinvolgente, dove domineranno la scena le nostre esperienze teatrali (la trasmissione delle tecniche teatrali può avere un impatto enorme su questa paura) e le nostre esperienze personali. Oltre alle tecniche vere e proprie di public speaking. Vi aggiornerò presto.

Buonanotte di cuore a Voi tutti.

Fabrizio





Primo seminario del 2010!

25 01 2010

Sabato 23 Gennaio, io ed il mio compagno d’avventura nel mondo della formazione, il collega ed amico Luigi Miano, abbiamo tenuto il nostro primo seminario dell’anno (ed il nostro secondo in assoluto), sui temi della comunicazione efficace e della motivazione e crescita personale. L’appuntamento era per le ore 9 in Via Cosenza 7, dalle parti di Piazza Bologna, dove ha sede il centro “Torre di Babele”, una scuola di lingua italiana per stranieri a cui ci eravamo rivolti per l’affitto della sala. La mattinata era fresca e soleggiata, io un pò meno perchè devo ammettere che,pur essendo andato a coricarmi abbastanza presto, avevo dormito decisamente male. E pensare che, Venerdi’ sera prima di cena, ero anche andato a farmi una bella corsetta (in pantaloncini e con la maglietta della salute!..coccolato da un gelido vento di tramontana), per favorire il fisiologico rilascio di endorfine ed il conseguente stato di maggior quiete e rilassatezza. Ma l’aula, cosi’ come il palcoscenico (come ho già detto ho avuto infatti anche diverse esperienze da attore), è sempre qualcosa che dà emozione, che dà quel morso allo stomaco e quella scarica di adrenalina. Perciò pochissimo sonno, e tanta voglia di esser già a domani. Arrivato sul posto, ho cominciato a parlare un pò con Luigi ed a definire con lui gli ultimi dettagli circa i nostri interventi, quindi ho fatto la conoscenza dei partecipanti. Non erano molti è chiaro, d’altronde stiamo iniziando adesso a farci conoscere nel mondo della formazione ed il nostro progetto è agli esordi, tuttavia avevamo circa una decina di persone in aula, un paio giunte anche da fuori Roma. Scoccano le 9.30 e finalmente è ora di cominciare: facciamo rompere il ghiaccio ai partecipanti, che si presentano brevemente ed a cui chiediamo l’etimologia del proprio nome di battesimo ed un aggettivo, un solo aggettivo fra i tanti possibili, che li definisca. Una maniera originale e creativa, secondo noi, di dare inizio a questa bellissima giornata e di favorire il coinvolgimento e l’interazione fra queste persone. Facciamo anche noi la stessa cosa, e poi cominciamo il nostro seminario.  Le ore della mattina vengono impiegate da Luigi per condividere assieme ai nostri corsisti, alcuni principi ed alcune conoscenze sulla comunicazione efficace. Luigi ed anche io, con qualche mio intervento, cerchiamo di favorire una riflessione sull’importanza dell’ascolto, del sapersi mettere nei panni del nostro interlocutore secondo il principio della p.n.l.(programmazione neuro-linguistica), per cui “la mappa non è il territorio”. Noi tendiamo a pensare, spesso, che il nostro modo di vedere le cose sia la verità assoluta, il Vangelo, dimenticando che in realtà si tratta solo di una rappresentazione, frutto dei nostri valori, delle nostre credenze ecc., perciò di una mappa, che può essere diversa, diversissima dalla mappa del nostro interlocutore. Cosi’, ripete Luigi, è fondamentale conoscere questo principio e provare empaticamente a comprendere le mappe altrui, avendone rispetto e considerazione. Svolgiamo diversi esercizi e giochi d’aula sull’argomento, ed i partecipanti sembrano sinceramente coinvolti.

Si è fatta gia l’una e trenta quasi, il tempo sembra volare..una veloce pausa per il pranzo, ed alle due e trenta siamo di nuovo tutti in aula. Tocca a me adesso..la tensione, i batticuori..in pochi istanti vengono trasformati in entusiasmo, in energia allo stato puro, cercando di essere il più coinvolgente possibile, e sincero anche, mettendomi fortemente in gioco e raccontando le mie esperienze passate fatte di frustrazioni e di dolori. Cerco di trasmettere il concetto che, lavorando su se stessi con impegno e passione, cosi’ come ce l’ho fatta io, anche quelle persone possono cambiare, migliorare, crescere. D’altronde è questo lo scopo mio e di Luigi, il senso della nostra mission..abbiamo impiegato un pò di tempo per trovarla e definirla, ma ora è viva e luccicante come un bel brillante d’argento puro: essere delle guide, dei leader, degli esempi nelle vite delle persone che entrano in contatto con noi. L’aula dà una sensazione di intimità, intorno ci sono colori tenui e sobri, lateralmente finestre da cui si intravedono squarci di verde, l’atmosfera è raccolta e ricolma di voglia di apprendere e condividere, io mi sento carico di energia positiva. Incito i partecipanti a prendere decisioni ed a smetterla di rimandare sempre le cose da fare, racconto aneddoti e storie di uomini e donne di successo. Quindi parliamo di alcune abitudini ed atteggiamenti mentali di successo, come dirigere la propria concentrazione mentale ed emotiva in modo più consapevole ed efficace, porsi domande costruttive (specie in momenti di crisi), stabilire i propri valori e le priorità. Come ha fatto Luigi, cerco anche io di essere coinvolgente, ed anche pratico, facendo domande, cercando continuamente l’interazione ecc. Concludiamo la giornata con la bellissima storia di Oscar Pistorius, il noto atleta che corre con le protesi che ha al posto delle gambe come se fossero delle ali; la racconta Luigi ed è un momento davvero toccante.Sono quasi 9 ore che ci troviamo li’ – penso – e mi sembra siano passati pochi attimi..E già, sono le 18 passate, il tempo è volato, sono stanco ma felice, ed i partecipanti sembrano essere nella medesima lunghezza d’onda emotiva.

Foto di rito tutti insieme, questionari anch’essi di rito, e saluti finali..alla fine io e Luigi ci prendiamo un caffè, ci facciamo due chiacchiere, siamo stanchi fisicamente perchè abbiamo dato tutto a quelle persone, ma siamo ancora pieni di energia..siamo felici, abbiamo vissuto un giorno straordinario e sentiamo che la strada intrapresa è quella giusta.





Un piccolo saluto ad un grande Uomo

28 12 2009

 

Questo articolo vuole essere un saluto, ricolmo di affetto e riconoscenza, ad un grande Uomo che, il 21 Settembre scorso, all’età di 83 anni, ci ha lasciati. Ha lasciato me, e tante persone che, come me, non lo dimenticheranno mai, a festeggiare un Natale un pò più triste, il primo senza lui. E la sua assenza, anche se la presenza non era più, da tempo, una presenza fisica e materiale, si è fatta sentire.

Sto parlando del dottor Cesare De Silvestri, o meglio di Cesare come lui amava essere chiamato, psichiatra e psicoterapeuta, ed anche poeta, scrittore e giornalista. Cesare è stato una delle personalità scientifiche più influenti nel sostenere e nel diffondere, nella seconda metà del secolo scorso, la nuova prospettiva cognitivo-comportamentale nella psicologia e nella psicoterapia italiane. Era nato a Livorno, il 26 Settembre del 1926, ed aveva una doppia origine, toscana da una parte, e scozzese dall’altra, poichè appunto i suoi genitori provenivano da quste due nazioni. All’età di circa sei anni, aveva perso un occhio e, durante gli anni “caldi” della sua gioventù (quelli pre-sessantottini, dei movimenti giovanili e dei fermenti e delle tensioni ideali che iniziavano a scuotere fortemente le coscienze), aveva trascorso anche momenti personali difficili. Decisivo fu il suo incontro con Albert Ellis (psicologo clinico americano e psicoterapeuta), un altro grande Uomo di scienza, che intorno agli anni ’50 si era distaccato dall’allora dominante indirizzo psicanalitico ed aveva fondato una propria scuola di psicoterapia, denominata R.E.B.T.(Rational Emotive Behaviour Therapy, Terapia Razionale Comportamentale Emotiva). Ellis subi’ molte critiche ed ostracismi da parte dell’ambiente scientifico dell’epoca, dove la psicanalisi era una sorta di lottatore pressochè incontrastato nell’arena delle psicoterapie, e cercava di ostacolare, spesso con supponenza ed arroganza, chi provava a professare idee diverse circa il funzionamento della mente umana. Ma Ellis non si fermò e la sua REBT (o RET), acquistò accrediti e riconoscimenti via via crescenti, fino a diventare una delle maggiori scuole all’interno della moderna e sempre più diffusa prospettiva cognitivo-comportamentale. La RET, come le psicoterapie cognitivo-comportamentali in genere, sottolinea l’importanza degli errori di costruzione della realtà nell’origine e nel mantenimento dei disturbi emotivi e del comportamento. Queste psicoterapie sostengono inoltre che, correggendo tali errori di percezione e valutazione delle immagini che ogni individuo costruisce di se stesso, degli altri e del resto del mondo, e imparando attivamente a costruire immagini più funzionali e a comportarsi in modo più realistico ed adeguato, le persone possono riuscire a condurre una vita emotivamente più soddisfacente. La teoria implica pertanto che non sarebbero gli eventi a creare ed a mantenere i problemi psicologici, emotivi e di comportamento, ma che questi vengano piuttosto largamente mediati ed influenzati dalle convinzioni e dalle idee dell’individuo. Questo non vuole esser tuttavia un trattato o un approfondimento sulla teoria e sulla prassi di questa psicoterapia ( ne parlerò senz’altro in un prossimo articolo), quanto un affettuoso omaggio a colui che me l’ha fatta conoscere. Ebbene si, perchè dagli Stati Uniti, la teoria e la prassi della REBT si propagarano in Europa ed in altre parti del Mondo, e Cesare divenne Presidente dell’ Istituto italiano.

La sua storia e la mia si incrociano durante gli ultimi giorni dello scorso Millennio, quando questo stava esalando gli ultimi respiri pronto a cedere il testimone agli Anni 2000; in quei giorni si incrociarono le strade di questo medico e psicoterapeuta ormai affermato, famoso nel suo ambiente, settantatreenne ed ancora vivacissimo, e di quel ragazzetto ventiseienne di cui ho parlato nel mio articolo di presentazione. Un ragazzetto che proveniva da anni molto difficili, disorientato, impaurito, incapace di lavorare e di gestire i propri rapporti interpersonali, incapace di dare una direzione alla sua vita. Si incrociano cosi’, un pò casualmente, in Via Prisciano 28 a Roma, quartiere Balduina, sede della sua abitazione adibita anche a studio; a farmi il suo nome fu un altro importante medico, a cui ero arrivato dopo un poco convinto tentativo di inizio di terapia psicanalitica ( esauritosi, a dir la verità, nello spazio di tre-quattro incontri).

Il mio omaggio a Cesare vuole essere, oltrechè affettuoso e riconoscente, anche personalissimo ed originale; il suo sito dopo la sua scomparsa, basti dare un’occhiata a www.retitaly.it., è stato letteralmente travolto da un’ondata di messaggi traboccanti amore, stima, gratitudine ecc.; in questo immenso mare da cui lui, da lassù, si sentirà accarezzato come se fosse il mare della sua Livorno, il mio ricordo vuole essere una piccola goccia, che racchiuda però in sè l’essenza di quei mesi trascorsi insieme, che custodisca dentro sè, come infinitesimali particelle che la compongono, immagini, ricordi, suoni, profumi di quello specialissimo rapporto.

Cosi’ ricordo il giorno 26 Ottobre 1999, giorno in cui lo conobbi: Io cosi’ fragile e spaventato, lui bonario, rassicurante, con un maglione rosso e la sigaretta in bocca. Ricordo ancora il suo pacchetto di Marlboro rosse morbide sul suo tavolino, e l’odore di fumo che impregnava tutta la stanza, tante erano le sigarette che fumava. Ricordo che uscito da quel primo incontro, ero ancora un pò dubbioso, mi era sembrato in gamba questo dottore, ma forse, pensavo, troppo anziano, chissà se sarà in grado di aiutarmi ecc. ecc.

In realtà, come disse non ricordo adesso chi, occorrono molti anni per diventare giovani, e Cesare, all’età di 73 anni, era veramente un ragazzino. Il suo spirito era giovane e vivacissimo, i suoi modi rassicuranti, il suo stile ficcante ed incisivo, talvolta “ruvido” ed “abrasivo” come lui stesso amava dire, addebitandolo al sangue celtico-toscano che scorreva nelle sue vene. Il suo stile, spesso, era anche ( sempre da buon toscano ), umoristico e sarcastico, provocatorio e dissacrante, sempre teso, comunque, ” a prendere il toro per le corna”, a creare un impatto forte, a distruggere per poi ricostruire, a sollecitare in ogni modo il cambiamento. Le sue capacità di stabilire rapporto ed empatia con l’interlocutore e di generare cambiamenti nel modo di pensare e di sentire erano semplicemente straordianarie; riusciva a farlo con il sincero accoglimento che i suoi modi ed il suo linguaggio non verbale esprimevano, con le straordinarie capacità cliniche ed il rigore della logica scientifica, con l’uso di parabole, metafore e storie personali, con battute e motti di spirito, con la sfida e la provocazione.

Cosi’ ricordo uno dei nostri primissimi incontri, io che parlavo della mia “fobia” nei confronti del telefono che mi impediva di cominciare un’attività commerciale che desideravo intraprendere, e lui che mi interruppe, con voce alta e quasi a brutto muso esclamando “.. No..non dà nessuna fobia il telefono…è lei che se la fà veni’…Che si dice?..Che si racconta?..Cosa teme?..”. Oppure, visto che attribuivo le mie difficoltà al mio passato, a come mi avevano trattato i genitori ecc., una volta tentai di chiamare in causa certi argomenti, e lui rispose “..A me non me ne frega ‘n cazzo del passato…Io non fò il palombaro, non vò ner profondo!…”. Palombari erano, secondo lui, gli psicanalisti, ed i sostenitori della “terapia del profondo”. Ce l’aveva abbastanza con gli psicanalisti, una volta li definii’ come “Ciechi, che, in una stanza buia, cercano un gatto nero, che non c’è, e lo trovano”. Oppure mi parlò, da buon livornese, di Gramsci, che dal carcere scrisse che era inutile discutere con i preti, i cattolici, ed i fascisti. A costoro, Cesare aggiungeva i tifosi di calcio e gli psicanalisti.

Mi esortò a volermi più bene ed a temere meno le conseguenze negative ( spesso immaginarie ) del giudizio altrui, citandomi la frase latina ” Prima caritas incipit ab ego” ( la prima carità va riservata a noi stessi ), ed aggiungendo ” E’ davvero uno spreco, alla sua età, buttare via la vita cosi’…finchè lo faccio io..che ormai manco le banane verdi compro più!..”. Mi incitò energicamente a riflettere su chi io fossi veramente, domandandomi un pò a bruciapelo cosa ci fosse di immutabile in me, in ogni essere umano, dalla nascita fino al momento in cui qualcuno si pone questa domanda. Io risposi: “..Sono la stessa anima..lo stesso spirito..”, e lui mi disse: “..Ma che crede, all’anima e allo spirito?..alla befana e a babbo natale?..”. Quello fu uno dei momenti decisivi della mia riflessione su me stesso, quello in cui iniziai a capire che noi non siamo le cose che facciamo, le prestazioni e le qulità con cui troppo spesso ci identifichiamo, che tutte queste cose sono estrinseche a noi, sono cose che cambiano nel tempo mentre il nostro essere e rimanere sempre gli stessi esseri umani vivi rimane vero per tutta la nostra vita. Fu uno dei momenti decisivi per cominciare ad elaborare quel concetto e quell’emozione, semplici ma profondissimi, di “unconditional self-acceptance”, accettazione incondizionata di noi stessi. Ricordo nitidamente, come fosse adesso, che, uscito dal suo studio fumoso dopo quell’incontro, che era il quinto incontro, e camminando lungo via Prisciano intento a recuperare la mia automobile, verso le 5 di pomeriggio di un pomeriggio già buio di fine Novembre, sentivo che qualcosa di importante, dentro di me, stava già accadendo.

Ricordo un incontro di poco successivo, io parlavo delle mie paure verso il sesso e lui..mi lesse il foglietto di istruzioni dei tamponi vaginali! “..Il tampone andrà inserito attraverso l’apertura della parte superiore della vagina…verificate se sedendovi, accovacciandovi, o compiendo altri movimenti, avvertite fastidio o irritazione…se avvertite ancora del fastidio, non abbiate paura a spingerlo fino in fondo…quando non lo sentirete più, il tampone sarà perfettamente inserito..”. “Che vuol di’?”, aggiunse subito. “Che vuol di’”, risposi io, “bè, ecco, non lo so..”. “E che vole di’?”, incalzò..” Che quando è introdotto non lo sentono..perchè la vagina dentro non è innervata, altrimenti una donna durante il parto morirebbe dal dolore..perciò la vagina, non pò senti’ un cazzo, appunto!..”. Tutto questo per sdrammatizzare l’enorme peso dato alla penetrazione, che ha un valore soprattutto intellettuale, emotivo, dal punto di vista organico le parti davvero sensibili di una ragazza sono quelle che si possono stimolare anche con le dita o altre parti del corpo, “non necessariamente col c….”, come ribadiva a scanso di equivoci il dottore! Durante quella stessa seduta, visto che ero un pò in apprensione per l’uscita con una ragazza che studiava psicologia, ricordo che mi disse:”..Se questa prova a fare la psicologa con lei, le tolga subito il vizio..nelle relazioni interpersonali la dimensione professionale deve andare a farsi fottere..pure io se c’ho una bella fica fra le mani non fò mai lo psichiatra, lo psichiatra lo fò qui quando me pagate!..”.

Questi era Cesare, non solo uno psichiatra, conoscitore come pochi dei moventi del comportamento umano, e rigoroso applicatore della logica scientifica alla psicoterapia, ma anche un uomo capace di entrare in empatia con chi aveva davanti, di calibrarsi sull’interlocutore, di creare una complicità unica, di generare comportamenti e strade alternative mediante il massiccio ricorso all’ironia ed alla sdrammatizzazione. Dotato, come pochi, di una commovente umanità: nel Gennaio del 2000, dopo nemmeno 4 mesi di terapia, mi sentivo quasi pronto per cominciare a lavorare, ma avevo ancora dei dubbi, cosi’ scrissi di getto 42 pagine su un enorme block-notes, e volevo che lui le leggesse. Ma non si poteva farlo in seduta, era un materiale copiosissimo, e lui se ne occupò al di fuori del mio tempo di seduta, e sacrificò un pò del tempo da dedicare a se stesso per me, senza chiedermi nemmeno 1000 lire. Il 24 Gennaio 2000, dopo aver trascorso un week-end con la mia ragazza di quel tempo, dove finalmente ero tornato a godermi i piaceri della sessualità, iniziai anche a lavorare; soltanto quattro mesi prima mi pareva impossibile, ed invece tutto andò bene. Il 25 mattina chiamai Cesare perchè si era raccomandato di fargli sapere come sarebbe andata. Lui aveva sempre la segreteria, rigorosamente bilingue “Grazie per avere chiamato…Thank you for calling…”, e di solito interrompeva la voce di chi stava lasciando il messaggio dopo un pò di secondi, oppure lasciava chiacchierare e comodamante richiamava. Quella soleggiata mattina, non feci in tempo a dire, nella segreteria”..Dottore, le volevo dire..”, che subito sentii’ la sua voce rispondermi dal vivo.

Immaginai che fosse rimasto apposta vicino al telefono, sentii che a quel telefono, quel 25 Gennaio, mi rispose un amico.





Buonasera a tutti!

18 12 2009

Buongiorno a tutti!

Oggi, 18 Dicembre 2009, è per me un giorno speciale: finalmente è on-line il sito dell’associazione che ho creato, proprio in questi giorni, insieme ad un amico appassionato, come me, di formazione. Il mio sogno..inizia ad acquistare visibilità!

Ma con queste poche righe non intendo farmi pubblicità, quanto, invece, presentarmi brevemente a beneficio di chi mi leggerà ed avrà piacere a condividere con me idee, riflessioni, esperienze.

Mi chiamo Fabrizio Boschetti, ho 36 anni e sono nato e vivo a Roma.

L’anno in corso e volgente al termine, rappresenta per me un momento storico dal forte valore simbolico, soprattutto questa parte finale dell’anno: alla fine del 1999 stavo infatti cominciando un percorso personale che, di li’ a pochi mesi, avrebbe rivoluzionato la mia vita. Sto celebrando, perciò, il personale e specialissimo anniversario del mio “decennale”.

Dieci anni fà infatti, mi trovavo in un momento delicatissimo della mia esistenza: pochi anni prima ancora, un trauma fisico e psicologico mi aveva colpito, stordito; e mi sembrava di non riuscire a reagire, come se mi trovassi dentro una stanza buia e non riuscissi a trovare l’interruttore, o addirittura dubitassi della sua esistenza. Imprecavo contro il passato, il destino ecc.;..in realtà ero stato io stesso a combinare un bel casino, ma ancora non riuscivo ad assumermene la responsabilità. Alla prossima puntata, magari, vi dirò qualcosa in più su quanto io sia stato abile nel complicarmi la vita!

Poi, intorno all’estate del ’99, accadde un episodio, particolare, che rappresentò la mia personale “leva del dolore”, quel momento magico in cui il dolore diventa il nostro più prezioso alleato e ci prende sulle spalle lungo la via del cambiamento; è proprio questo ciò che accade quando arriviamo a sperimentare un grado tale di sofferenza, che ci diciamo: “Basta, non voglio starci un giorno di più in questa situazione!”.

Cosi’ mi sono messo con tutte le mie forze alla ricerca di una via d’uscita, o dell’interruttore di cui parlavo prima..e nell’Ottobre del ’99 feci l’incontro giusto, quello che mi avrebbe permesso di riveder la luce intorno a me: conobbi una persona straordinaria, venuta purtroppo a mancare da poco, ed alla quale dedicherò al più presto un articolo. Scoprii la passione per il teatro, sempre latente in me, e mi avvicinai al mondo della formazione iniziando a frequentare seminari e corsi sulla motivazione, il cambiamento, la crescita personale ecc. Insomma, mi diedi da fare come un matto, sentivo un nuovo fuoco ardere dentro me, ed il vento del cambiamento che soffiava sopra esso, ed ero ricolmo di nuovo entusiasmo ed aspettative. Nel frattempo, da disoccupato che ero, avevo trovato anche un buon lavoro.

Da allora sono passati 10 anni, ne è passata di acqua sotto i ponti! Un oceano, anzi, di conoscenze, emozioni ed esperienze che mi ha portato, nel corso di questo tempo, a definire una “mission” o scopo di vita che adesso ho chiaramente ben definito: aiutare le persone ad esprimere le proprie potenzialità ed a star meglio, essere io stavolta la carrozza che fà accomodare qualcuno, ad es. un Fabrizio di 10 anni fa, sui suoi accoglienti sedili, e lo aiuta a non rimanere intrappolato nelle sabbie mobili. O lo aiuta magari a vederle in modo diverso, come qualcosa di meno pericoloso e minaccioso.

Nasce con questa storia, e questo scopo, la mia associazione, e vederla finalmente on-line è il primo frammento di sogno da incollare su un mosaico che, stavolta, gli anni a venire ed il futuro, comporranno.








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