Questo articolo vuole essere un saluto, ricolmo di affetto e riconoscenza, ad un grande Uomo che, il 21 Settembre scorso, all’età di 83 anni, ci ha lasciati. Ha lasciato me, e tante persone che, come me, non lo dimenticheranno mai, a festeggiare un Natale un pò più triste, il primo senza lui. E la sua assenza, anche se la presenza non era più, da tempo, una presenza fisica e materiale, si è fatta sentire.
Sto parlando del dottor Cesare De Silvestri, o meglio di Cesare come lui amava essere chiamato, psichiatra e psicoterapeuta, ed anche poeta, scrittore e giornalista. Cesare è stato una delle personalità scientifiche più influenti nel sostenere e nel diffondere, nella seconda metà del secolo scorso, la nuova prospettiva cognitivo-comportamentale nella psicologia e nella psicoterapia italiane. Era nato a Livorno, il 26 Settembre del 1926, ed aveva una doppia origine, toscana da una parte, e scozzese dall’altra, poichè appunto i suoi genitori provenivano da quste due nazioni. All’età di circa sei anni, aveva perso un occhio e, durante gli anni “caldi” della sua gioventù (quelli pre-sessantottini, dei movimenti giovanili e dei fermenti e delle tensioni ideali che iniziavano a scuotere fortemente le coscienze), aveva trascorso anche momenti personali difficili. Decisivo fu il suo incontro con Albert Ellis (psicologo clinico americano e psicoterapeuta), un altro grande Uomo di scienza, che intorno agli anni ’50 si era distaccato dall’allora dominante indirizzo psicanalitico ed aveva fondato una propria scuola di psicoterapia, denominata R.E.B.T.(Rational Emotive Behaviour Therapy, Terapia Razionale Comportamentale Emotiva). Ellis subi’ molte critiche ed ostracismi da parte dell’ambiente scientifico dell’epoca, dove la psicanalisi era una sorta di lottatore pressochè incontrastato nell’arena delle psicoterapie, e cercava di ostacolare, spesso con supponenza ed arroganza, chi provava a professare idee diverse circa il funzionamento della mente umana. Ma Ellis non si fermò e la sua REBT (o RET), acquistò accrediti e riconoscimenti via via crescenti, fino a diventare una delle maggiori scuole all’interno della moderna e sempre più diffusa prospettiva cognitivo-comportamentale. La RET, come le psicoterapie cognitivo-comportamentali in genere, sottolinea l’importanza degli errori di costruzione della realtà nell’origine e nel mantenimento dei disturbi emotivi e del comportamento. Queste psicoterapie sostengono inoltre che, correggendo tali errori di percezione e valutazione delle immagini che ogni individuo costruisce di se stesso, degli altri e del resto del mondo, e imparando attivamente a costruire immagini più funzionali e a comportarsi in modo più realistico ed adeguato, le persone possono riuscire a condurre una vita emotivamente più soddisfacente. La teoria implica pertanto che non sarebbero gli eventi a creare ed a mantenere i problemi psicologici, emotivi e di comportamento, ma che questi vengano piuttosto largamente mediati ed influenzati dalle convinzioni e dalle idee dell’individuo. Questo non vuole esser tuttavia un trattato o un approfondimento sulla teoria e sulla prassi di questa psicoterapia ( ne parlerò senz’altro in un prossimo articolo), quanto un affettuoso omaggio a colui che me l’ha fatta conoscere. Ebbene si, perchè dagli Stati Uniti, la teoria e la prassi della REBT si propagarano in Europa ed in altre parti del Mondo, e Cesare divenne Presidente dell’ Istituto italiano.
La sua storia e la mia si incrociano durante gli ultimi giorni dello scorso Millennio, quando questo stava esalando gli ultimi respiri pronto a cedere il testimone agli Anni 2000; in quei giorni si incrociarono le strade di questo medico e psicoterapeuta ormai affermato, famoso nel suo ambiente, settantatreenne ed ancora vivacissimo, e di quel ragazzetto ventiseienne di cui ho parlato nel mio articolo di presentazione. Un ragazzetto che proveniva da anni molto difficili, disorientato, impaurito, incapace di lavorare e di gestire i propri rapporti interpersonali, incapace di dare una direzione alla sua vita. Si incrociano cosi’, un pò casualmente, in Via Prisciano 28 a Roma, quartiere Balduina, sede della sua abitazione adibita anche a studio; a farmi il suo nome fu un altro importante medico, a cui ero arrivato dopo un poco convinto tentativo di inizio di terapia psicanalitica ( esauritosi, a dir la verità, nello spazio di tre-quattro incontri).
Il mio omaggio a Cesare vuole essere, oltrechè affettuoso e riconoscente, anche personalissimo ed originale; il suo sito dopo la sua scomparsa, basti dare un’occhiata a www.retitaly.it., è stato letteralmente travolto da un’ondata di messaggi traboccanti amore, stima, gratitudine ecc.; in questo immenso mare da cui lui, da lassù, si sentirà accarezzato come se fosse il mare della sua Livorno, il mio ricordo vuole essere una piccola goccia, che racchiuda però in sè l’essenza di quei mesi trascorsi insieme, che custodisca dentro sè, come infinitesimali particelle che la compongono, immagini, ricordi, suoni, profumi di quello specialissimo rapporto.
Cosi’ ricordo il giorno 26 Ottobre 1999, giorno in cui lo conobbi: Io cosi’ fragile e spaventato, lui bonario, rassicurante, con un maglione rosso e la sigaretta in bocca. Ricordo ancora il suo pacchetto di Marlboro rosse morbide sul suo tavolino, e l’odore di fumo che impregnava tutta la stanza, tante erano le sigarette che fumava. Ricordo che uscito da quel primo incontro, ero ancora un pò dubbioso, mi era sembrato in gamba questo dottore, ma forse, pensavo, troppo anziano, chissà se sarà in grado di aiutarmi ecc. ecc.
In realtà, come disse non ricordo adesso chi, occorrono molti anni per diventare giovani, e Cesare, all’età di 73 anni, era veramente un ragazzino. Il suo spirito era giovane e vivacissimo, i suoi modi rassicuranti, il suo stile ficcante ed incisivo, talvolta “ruvido” ed “abrasivo” come lui stesso amava dire, addebitandolo al sangue celtico-toscano che scorreva nelle sue vene. Il suo stile, spesso, era anche ( sempre da buon toscano ), umoristico e sarcastico, provocatorio e dissacrante, sempre teso, comunque, ” a prendere il toro per le corna”, a creare un impatto forte, a distruggere per poi ricostruire, a sollecitare in ogni modo il cambiamento. Le sue capacità di stabilire rapporto ed empatia con l’interlocutore e di generare cambiamenti nel modo di pensare e di sentire erano semplicemente straordianarie; riusciva a farlo con il sincero accoglimento che i suoi modi ed il suo linguaggio non verbale esprimevano, con le straordinarie capacità cliniche ed il rigore della logica scientifica, con l’uso di parabole, metafore e storie personali, con battute e motti di spirito, con la sfida e la provocazione.
Cosi’ ricordo uno dei nostri primissimi incontri, io che parlavo della mia “fobia” nei confronti del telefono che mi impediva di cominciare un’attività commerciale che desideravo intraprendere, e lui che mi interruppe, con voce alta e quasi a brutto muso esclamando “.. No..non dà nessuna fobia il telefono…è lei che se la fà veni’…Che si dice?..Che si racconta?..Cosa teme?..”. Oppure, visto che attribuivo le mie difficoltà al mio passato, a come mi avevano trattato i genitori ecc., una volta tentai di chiamare in causa certi argomenti, e lui rispose “..A me non me ne frega ‘n cazzo del passato…Io non fò il palombaro, non vò ner profondo!…”. Palombari erano, secondo lui, gli psicanalisti, ed i sostenitori della “terapia del profondo”. Ce l’aveva abbastanza con gli psicanalisti, una volta li definii’ come “Ciechi, che, in una stanza buia, cercano un gatto nero, che non c’è, e lo trovano”. Oppure mi parlò, da buon livornese, di Gramsci, che dal carcere scrisse che era inutile discutere con i preti, i cattolici, ed i fascisti. A costoro, Cesare aggiungeva i tifosi di calcio e gli psicanalisti.
Mi esortò a volermi più bene ed a temere meno le conseguenze negative ( spesso immaginarie ) del giudizio altrui, citandomi la frase latina ” Prima caritas incipit ab ego” ( la prima carità va riservata a noi stessi ), ed aggiungendo ” E’ davvero uno spreco, alla sua età, buttare via la vita cosi’…finchè lo faccio io..che ormai manco le banane verdi compro più!..”. Mi incitò energicamente a riflettere su chi io fossi veramente, domandandomi un pò a bruciapelo cosa ci fosse di immutabile in me, in ogni essere umano, dalla nascita fino al momento in cui qualcuno si pone questa domanda. Io risposi: “..Sono la stessa anima..lo stesso spirito..”, e lui mi disse: “..Ma che crede, all’anima e allo spirito?..alla befana e a babbo natale?..”. Quello fu uno dei momenti decisivi della mia riflessione su me stesso, quello in cui iniziai a capire che noi non siamo le cose che facciamo, le prestazioni e le qulità con cui troppo spesso ci identifichiamo, che tutte queste cose sono estrinseche a noi, sono cose che cambiano nel tempo mentre il nostro essere e rimanere sempre gli stessi esseri umani vivi rimane vero per tutta la nostra vita. Fu uno dei momenti decisivi per cominciare ad elaborare quel concetto e quell’emozione, semplici ma profondissimi, di “unconditional self-acceptance”, accettazione incondizionata di noi stessi. Ricordo nitidamente, come fosse adesso, che, uscito dal suo studio fumoso dopo quell’incontro, che era il quinto incontro, e camminando lungo via Prisciano intento a recuperare la mia automobile, verso le 5 di pomeriggio di un pomeriggio già buio di fine Novembre, sentivo che qualcosa di importante, dentro di me, stava già accadendo.
Ricordo un incontro di poco successivo, io parlavo delle mie paure verso il sesso e lui..mi lesse il foglietto di istruzioni dei tamponi vaginali! “..Il tampone andrà inserito attraverso l’apertura della parte superiore della vagina…verificate se sedendovi, accovacciandovi, o compiendo altri movimenti, avvertite fastidio o irritazione…se avvertite ancora del fastidio, non abbiate paura a spingerlo fino in fondo…quando non lo sentirete più, il tampone sarà perfettamente inserito..”. “Che vuol di’?”, aggiunse subito. “Che vuol di’”, risposi io, “bè, ecco, non lo so..”. “E che vole di’?”, incalzò..” Che quando è introdotto non lo sentono..perchè la vagina dentro non è innervata, altrimenti una donna durante il parto morirebbe dal dolore..perciò la vagina, non pò senti’ un cazzo, appunto!..”. Tutto questo per sdrammatizzare l’enorme peso dato alla penetrazione, che ha un valore soprattutto intellettuale, emotivo, dal punto di vista organico le parti davvero sensibili di una ragazza sono quelle che si possono stimolare anche con le dita o altre parti del corpo, “non necessariamente col c….”, come ribadiva a scanso di equivoci il dottore! Durante quella stessa seduta, visto che ero un pò in apprensione per l’uscita con una ragazza che studiava psicologia, ricordo che mi disse:”..Se questa prova a fare la psicologa con lei, le tolga subito il vizio..nelle relazioni interpersonali la dimensione professionale deve andare a farsi fottere..pure io se c’ho una bella fica fra le mani non fò mai lo psichiatra, lo psichiatra lo fò qui quando me pagate!..”.
Questi era Cesare, non solo uno psichiatra, conoscitore come pochi dei moventi del comportamento umano, e rigoroso applicatore della logica scientifica alla psicoterapia, ma anche un uomo capace di entrare in empatia con chi aveva davanti, di calibrarsi sull’interlocutore, di creare una complicità unica, di generare comportamenti e strade alternative mediante il massiccio ricorso all’ironia ed alla sdrammatizzazione. Dotato, come pochi, di una commovente umanità: nel Gennaio del 2000, dopo nemmeno 4 mesi di terapia, mi sentivo quasi pronto per cominciare a lavorare, ma avevo ancora dei dubbi, cosi’ scrissi di getto 42 pagine su un enorme block-notes, e volevo che lui le leggesse. Ma non si poteva farlo in seduta, era un materiale copiosissimo, e lui se ne occupò al di fuori del mio tempo di seduta, e sacrificò un pò del tempo da dedicare a se stesso per me, senza chiedermi nemmeno 1000 lire. Il 24 Gennaio 2000, dopo aver trascorso un week-end con la mia ragazza di quel tempo, dove finalmente ero tornato a godermi i piaceri della sessualità, iniziai anche a lavorare; soltanto quattro mesi prima mi pareva impossibile, ed invece tutto andò bene. Il 25 mattina chiamai Cesare perchè si era raccomandato di fargli sapere come sarebbe andata. Lui aveva sempre la segreteria, rigorosamente bilingue “Grazie per avere chiamato…Thank you for calling…”, e di solito interrompeva la voce di chi stava lasciando il messaggio dopo un pò di secondi, oppure lasciava chiacchierare e comodamante richiamava. Quella soleggiata mattina, non feci in tempo a dire, nella segreteria”..Dottore, le volevo dire..”, che subito sentii’ la sua voce rispondermi dal vivo.
Immaginai che fosse rimasto apposta vicino al telefono, sentii che a quel telefono, quel 25 Gennaio, mi rispose un amico.
